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I gradini della crescita: attività arti terapica con gli insegnanti

I gradini della crescita - di Alberto Cacopardi e Ilaria Carlucci

Riflessioni sugli obiettivi ed effetti dell’attività arti terapica con gli insegnanti, a partire dall’esperienza condotta presso L’istituto comprensivo di Carmiano (LE) col corso ARTEDO di formazione per insegnanti “La Relazione educativa” utilizzando il Metodo Tessuto Corporeo.
Il corso d’aggiornamento ha come missione principale quella di creare un tempo e uno spazio dedicato all’insegnante. Ogni singolo incontro può essere inteso come una bolla che nasce e si espande dentro l’edificio scolastico, una sfera sicura, ricca d’ascolto e creatività, che stimola la fiducia in sé e nell’altro; un luogo composto non soltanto da banchi, cattedre, sedie, studenti, professori, ma soprattutto abitato da persone con i loro corpi, sensazioni, immagini, racconti.

 

Il laboratorio si prefigge un iniziale arduo compito: quello di toccare e attraversare i confini dettati da un necessario ruolo istituzionale, quello dell’insegnante, favorendone una crescita professionale, che è anche crescita personale, legata allo sviluppo del contatto col proprio sé, garanzia dell’autentico incontro con lo studente e con il collega. Il docente svolge un ruolo di primaria importanza per la crescita dell’alunno, non solo cognitiva ma anche corporea ed emotiva, quindi umana. All’interno delle scuole i ragazzi vengono accompagnati in un percorso in cui apprendono attraverso la risoluzione di compiti, difficoltà. Acquisendo strumenti nuovi, lo studente sviluppa fiducia in sé stesso, cresce dicendosi “io lo posso fare, io sono in grado di…”, impara gradualmente a camminare con le sue gambe confrontandosi e superando le difficoltà di volta in volta poste dalla scuola come stimolo di crescita.

Parlo di problemi affrontabili e non di muri insormontabili di fronte ai quali il ragazzo possa sentirsi piccolo, schiacciato, impotente; né parlo solo dei problemi di logica e matematica, ma anche di quelli legati alle dinamiche di gruppo. Proprio per questo lo studente ha bisogno di ascolto da parte dell’insegnante, il quale, per il successo della propria attività professionale, ha bisogno di  attingere alle proprie capacità di ascolto empatico, con l’ottica di porre i gradini giusti al momento giusto per ogni allievo.
Se focalizziamo l'attenzione sul corpo, sede della vita, ci accorgiamo che è composto da tre sfere: quella della mente, della pancia e del cuore. Tre parti in continuo dialogo, interconnesse.
I processi immaginativi e quelli emotivi assieme a quelli cognitivi determinano l’identità dell’individuo. Un esempio: se vi è un clima di piacere il corpo dell’alunno nel suo insieme si attiva per dirigere integralmente l’attenzione al problema da risolvere, e attraverso il ragionamento (che è anche processo immaginativo di collegamento fra concetti) e le nozioni immagazzinate nella corteccia celebrale, lo risolve. Ciò crea in lui soddisfazione o meglio piacere percettibile anche dall’esterno attraverso segnali corporei scritti nella postura, che rispecchia la sua qualità dello stare al mondo.

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La soddisfazione corporea porta il ragazzo ad affrontare e dirigere la sua attenzione ad una nuova sfida, un altro gradino. Il docente non è un semplice programma digitale che ha la funzione di enunciare concetti, egli è contemporaneamente madre che accoglie e padre che pone i codici prescrittivi, e la sua funzione materna si basa proprio sull’ascolto e su una comprensione primariamente empatica. Compito del docente è anche quello di accompagnare il ragazzo in un mondo complesso dove i ruoli di potere fondano le piramidi sociali nelle quali volenti e nolenti siamo coinvolti. Per questa ragione egli ha bisogno da un lato di mantenere integro il suo ruolo istituzionale prescrittivo e contemporaneamente dall’altro di essere in grado di avvicinarsi al mondo emotivo del ragazzo e della classe, attingendo alle emozioni che fanno parte del bambino interiore che abita in lui.

L’infanzia è una delicata fase della vita in cui si creano le fondamenta emotive della persona. È proprio da bambini che si apprende la gestione delle emozioni, la relazione con sé e con l’altro, non filtrata da convenzioni e maschere sociali. Per questa ragione durante il corso di formazione per insegnanti si cerca di ristabilire un clima ludico in cui l’insegnante possa riprendere contatto con la dimensione infantile e recuperare un dialogo con il suo bambino interiore, per riscoprirlo e riattivare la propria emotività, nonché capacità d’ascolto empatico. È attraverso il gioco infatti che è possibile ritornare a quella base identitaria in cui le emozioni la fanno da padrone e può accadere senza sforzo che l’insegnante si conceda di relazionarsi con l’altro, che ora non è più solo collega ma anche compagno di giochi, in un modo nuovo, più spontaneo, aperto e libero dalle convenzioni sociali.

L’adulto può decidere in qualsiasi momento di tornare bambino, così come può scegliere di attingere all’adolescente o all’anziano che è in lui. Il bambino può essere solo bambino, l’adulto invece può giocare ad abbandonarsi al gioco, tuffarsi in nuove avventure, attingere alla saggezza o indossare il ruolo sociale dell’insegnante quando l’ambiente esterno lo richiede.
Al primo incontro generalmente il docente arriva in sala di lavoro con le scarpe alte, il quaderno degli appunti e la penna, un viso professionale, si siede con eleganti gambe incrociate, parla freddamente e in modo cordiale. Il corso di formazione ha successo quando l’insegnante arriva all’ultimo incontro con le scarpe da ginnastica e saluta con un “CIAO” piuttosto che “buonasera”, quando vive ogni incontro come fosse un regalo che sta facendo a sé stesso, quando si tuffa nel gioco senza dubbi e con serietà, consapevole del valore che rappresenta il giocare per davvero. Perché di gioco serio si tratta, esattamente come quello dei bambini, attraverso cui comprendere e dare significato agli eventi del mondo.

Alle 8 di mattina il suono della campanella dà il via all'invasione: centinaia di ragazzi come fossero un fiume in piena riempiono corridoi e aule dell’istituto scolastico, un’inondazione di energia vitale innanzitutto corporeo-emotiva, necessariamente canalizzata nel tentativo di favorire l’intelletto, spesso a discapito del corpo. Un’altra campanella segna poi la fine dell’orario scolastico, il ritorno allo spazio esterno, la libertà, la rinascita delle gambe del ragazzo che possono nuovamente spingere la terra staccandosi dalle sedie per correre e urlare nel mondo.

I corsi di aggiornamento avvengono in orario pomeridiano, gli insegnanti ritornano a scuola quando il silenzio riempie le aule vuote fatte di banchi e sedie immobili e porte aperte, la campanella resta appesa al muro silente. L’immagine della scuola vuota può richiamare alla memoria ricordi d’infanzia: quando mamma e papà ci lasciavano soli in casa e il lettone diventava un tappeto elastico, le scale una parete rocciose o il letto di un torrente in piena e si scatenava la libertà di un gioco spontaneo e avventuroso, privo del vincolo dello sguardo genitoriale; oppure quando da adolescenti ai tempi del Liceo e del movimento studentesco, ci ribellavamo ad un qualcosa in realtà di non troppo preciso, che però ci consentiva di occupare la scuola per trasformarla in una sorta di parco giochi… arrivando addirittura a parcheggiare con eleganza una fiat 500 bianca nell’aula docenti.
Per gli insegnanti ritornare nel luogo di lavoro, la scuola vuota, per partecipare al laboratorio significa riconquistare la libertà di urlare, cantare, giocare svincolati dagli occhi dei ragazzi che impongono il vestito dell’insegnante, un ruolo preciso. Ed ecco che è possibile trasformare le sedie in granelli di polline che volano senza porte chiuse attraversando aule e corridoi, danzare ad occhi chiusi seguendo l’istinto, sdraiarsi per terra in silenzio per nutrirsi delle sensazioni corporee.

La mattina che segue il pomeriggio del laboratorio è necessariamente diversa da tutte le altre e nel luogo di lavoro echeggia la libertà ritrovata al riparo dagli studenti. Magari durante una lezione di storia o matematica un sorriso interno echeggia al pensiero dei giochi vissuti il giorno prima con i colleghi/compagni di gioco, ed è più facile dare senso a comportamenti dei ragazzi apparentemente bizzarri. Il cresciuto ascolto di sé aiuta il docente a decifrare quello che si muove in lui (nel suo sé emotivo), e ciò gli consente di gestire meglio e con maggiore consapevolezza i movimenti emotivi che il comportamento dei ragazzi scatena in lui/lei: mi riferisco alle dinamiche di transfert e controtransfert, o meglio a ciò che il ragazzo proietta sul docente e come ciò muove in lui qualcosa di personale, che rischia a catena di essere riversato sulla classe.
Questa è infatti un'altra delle importanti finalità del corso di formazione: fornire gli strumenti per gestire il meccanismo transferale che può pericolosamente mettere a rischio vicendevolmente il benessere del docente e dell’allievo, e in generale dell’ambiente scuola.

Finora ho parlato di danzateatro e canto, senza una netta distinzione fra queste attività, rispecchiando la natura del metodo Tessuto Corporeo utilizzato, che non opera sottolineando le barriere, etichettando i diversi linguaggi espressivi, ma cercando di sviluppare il collegamento interrelazionale esistente fra questi con l’intento di abbracciare e attraversare i piani diversi dell’individuo, da quello corporeo a quello emotivo, immaginativo e cognitivo. Parlo anche di cognitivo perché la riscoperta della libertà espressiva aiuta la consapevolezza e l’analisi di ciò che accade nel mondo interno ed esterno, offrendo utili strumenti di lettura degli atteggiamenti assunti dai ragazzi tra le mura scolastiche.

La denominazione del metodo Tessuto Corporeo rappresenta una sintesi che racchiude il significato e la poetica con cui mi approccio alla pratica teatroterapeutica e alla pratica artistica, e si basa sull’idea che l’organismo sia costituito da tessuti, ognuno dei quali ha una particolare funzione. Il collegamento tra i singoli distretti corporei crea il corpo nel suo insieme: vi sono tessuti più profondi vicini allo scheletro e altri più superficiali in prossimità dei confini, non solo fisici, fra persona e mondo. Oltre a questi vi sono gli abiti che indossiamo nella società, fatti anch’essi da tessuti più o meno colorati. Questi vestiti sono composti da fili che ne creano la trama. Ogni persona può essere intesa come un filo mentre percorre il suo cammino, un percorso fatto da strade, a tratti in salita a tratti in discesa, bivi, incroci, scelte che determinano e segnano una direzione. Questi fili si incrociano o scorrono paralleli, così che la vita di un individuo appare nutrita e segnata da una moltitudine di altri fili: persone, esperienze e luoghi vissuti e incontrati anche solo per un istante, magari catturati in un'immagine della memoria, magari così profondamente da impregnarsi nel corpo e nella voce.

L'obiettivo dei laboratori è forse anche quello di creare una trama, nella quale i partecipanti si possano sentire parte integrante del gruppo di lavoro senza sostare né sopra né sotto il tessuto creato, ma morbidamente tra le sue maglie.

“Venire al laboratorio è stato ogni volta come cercare una frequenza radio, la mia. All’inizio la frequenza
risultava sempre un po’ disturbata o oscurata da qualcosa. Man mano che si andava avanti col lavoro diveniva
invece sempre più chiara e nitida”.
Teresa Romei, insegnante scuola primaria


“Questa nuova esperienza formativa è anzitutto stata per me una preziosa possibilità ad entrare in relazione
con me stessa, con le mie emozioni e il mondo della mia fantasia, tutte dimensioni che nella frenesia della
quotidianità risultano spesso schiacciate e trascurate! Poter prendersi il tempo per dei respiri profondi, per
coccolarsi anche attraverso i ricordi è qualcosa che aiuta a sprigionare energie e capacità emotive impensate.
È stata anche una possibilità importante per entrare in un contatto e in una relazione più profonda, a volte più
libera e meno strutturata, con le mie colleghe”.
Antonia Errico, insegnante scuola primaria


“Ogni volta arrivavo al laboratorio molto stanca, tanto da desiderare soltanto di stendermi e riposare. Non
potevo immaginare di poter riuscire a muovere un muscolo. Durante il corso invece accadeva pian piano che
le energie tornassero nel corpo e nello spirito, mi sentivo forte, allegra, piena di vita, leggera, carica a tal punto
da sentirmi pronta a rimettermi al lavoro”.
Gabriella Martina, insegnante scuola primaria


“Il corso di formazione ARTEDO ha confermato le aspettative da me riposte sin dal momento dell’iscrizione
in quanto si è rivelato interessante e coinvolgente. Mi ha dato la possibilità di liberare la mente dai pensieri e
dai problemi del momento e di apprendere nuove tecniche di osservazione e di conoscenza di sé, dell’altro
e del mondo circostante. Mi sono lasciata completamente trascinare in attività di gruppo e individuali che mi
hanno fatto riflettere, ma nello stesso tempo divertire, e che possono avere una ricaduta positiva nella mia
attività didattica quotidiana con gli alunni”.
Lorella Maci, insegnante scuola primaria


“Durante il laboratorio è capitato spesso di sentirmi come una bambina, libera e gioiosa. Mi ritrovavo spesso
a sorridere spontaneamente senza nemmeno capire perché. La mia ilarità mi ha aiutato a comprendere quella
dei bambini e a fare sempre con più agio l’operazione di mettermi al loro posto”.
Marylin Caione, insegnante scuola primaria


“È cambiata profondamente la relazione che ho con le mie colleghe. Con alcune non riuscivo ad andare oltre
il saluto, era come se connettermi con loro fosse impossibile. Grazie al laboratorio ho cominciato a guardarle
negli occhi per davvero e ad avere con loro un’intesa prima impensabile”.
Giuseppina Parrotto, insegnante scuola primaria


“Mentre si lavorava in sala alcune proposte mi sembravano un po’ bizzarre, ma con fiducia mi lanciavo nel
gioco. Tornata a casa durante la settimana capitava sempre che mi tornasse in mente all’improvviso una
pratica fatta durante il corso e magicamente arrivava il senso … ”
Anna Tolomeo, insegnante scuola dell’infanzia

 

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